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Mestieri napoletani raccontati dallo scrittore Luciano De Crescenzo

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Antichi mestieri napoletani raccontati dallo scrittore Luciano De Crescenzo.

Tutti mestieri come o “sosciapasta” che potevano nascere soltanto dall’incommensurabile ingegno e dall’arte di arrangiarsi del popolo partenopeo. Antichi mestieri napoletani, in voga fino al secolo scorso: ‘o sciostapasta, ‘o sapunare, ‘o scartamennezzaglia, oppure ‘o resinaro. Queste sono le attività che il popolo partenopeo si inventava pur di mandare avanti la propria famiglia alla meno peggio. A tal proposito, il noto scrittore e filosofo della napoletanità, qual’ è Luciano De Crescenzo, si è fatto raccontare di questi antichi mestieri napoletani da alcune persone che, anni addietro, svolgevano una delle attività sopracitate. Il primo racconto è quello di uno sosciapasta, ovvero il soffiapasta. Questi racconta al noto scrittore che, da bambino, fu costretto dal padre, per levarlo dalla strada ed avere un piccolo aiuto economico in famiglia, a lavorare presso un salumiere amico del genitore. Queste le sue parole:

“All’età di 8 anni , in quella salumeria, io, ogni giorno dovevo raccogliere tutti quegli spezzoni di pasta che avanzano e che si trovano sul bancone oppure per terra, sparsi qua e là, fuoriusciti da una busta che si era aperta, quindi li mettevo in un setaccio per dividerli dalla sporcizia vera e propria, e poi alla fine ci soffiavo sopra per far andar anche la polvere accumulata. Perciò mi chiamavano “’o sosciapasta”.

Percorrendo il suo viaggio tra gli antichi mestieri napoletani, Luciano De Crescenzo parla poi del racconto d’ ‘o sapunare, il rigattiere, usando il termine italiano appropriato. Questi per vivere, andava di casa in casa, alla ricerca di roba vecchia che le famiglie intendevano gettare, o che non ne facevano più uso. O sapunare prendeva qualsiasi cosa gli offrissero, da indumenti vecchi e malridotti, ad oggetti tra gli più svariati che lui cercava di rimettere a posto alla buona per ricavarne qualcosa al mercato. Cosi facendo o’ sapunare si guadagnava la giornata e tornava a casa contento.

“O scartamunnezzaglia”, altro mestiere inventato dai napoletani di un tempo, racconta il filosofo, era colui il quale andava a caccia, tra l’immondizia buttata, di cibo, oggetti e quant’altro che potesse tornare ancora utile per potersi permettere di sostenersi. Del resto ancora oggi, quelli meno abbienti continuano a farlo per andare avanti. Cosa non si faceva quando la fame ti assaliva. Infine passiamo al racconto di un resnaro, cosa significa questo termine napoletano? Ebbene tanti ma tanti anni fa a Resina, vicino Ercolano, in provincia di Napoli vi era un grosso mercato di panni vecchi, alcuni provenienti persino dall’America. Qui si vendeva di tutto a pochissimo prezzo. Racconta un ex resinaro:

“A Resina si trovavano dei capi ancora buoni, solo qualche strappo, qualche bruciatura di sigaretta, oppure semplicemente tarlati. Tali indumenti, io con un po’ di pazienza, li facevo tornare come se fossero nuovi e li vendevo ad un prezzo molto al di sotto del negozio e riuscivo così’ a campare decentemente. Ringraziando Iddio, ho tirato avanti per moltissimi anni.

Come vedete si tratta di antichi mestieri napoletani che le generazioni di oggi non conoscono affatto e neanche ne hanno mai sentito parlare. Oggi viviamo in un’altra epoca, dove queste attività nessuno si sognerebbe di fare.

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